In aeroporto, baci e abbracci, poi il volo, l’arrivo a Barcellona, ancora baci e abbracci, questa volta con i berlinesi, poi il taxi e via verso l’albergo, nuovissimo, ha aperto meno di un mese fa a poche decine di metri dalla Torre Agbar, un pimpinot come direbbero i friulani, un’enorme supposta che caratterizza quello che tra qualche anno diventerà il quartiere finanziario della città.
Ci troviamo nella hall tra mezz’ora ? tutti d’accordo, zainetto in spalla e puntuali si parte, Barcellona ci attende. Dopo aver letto il blog, prima della partenza, tutti abbiamo riposto grosse aspettative su Angelo (aspettative che non verranno mai deluse, bravo !), e quindi lo seguiamo fiduciosi nel quartiere Barri Gòtic, il centro storico della città, vie e vicoli, negozi e negozietti, pasticcerie (molte), scorci, palazzi, e così via fino alla
Cattedral, visita, sosta sulla scalinata prospiciente,

poi ancora un giro nel quartiere, qualche piazza, pausa gelato per i bambini, poi il mercato coperto, caratteristico ma ormai semideserto, Giorgio si commuove di fronte ad una cesta di pomodori e la fotografa, credo si chiami deviazione professionale, usciamo, e via al
Museu Picasso, Picasso il giovane, a mio giudizio opere apprezzabili ma non memorabili di un grande genio ancora in fase di inevitabile riscaldamento, molto interessanti invece il dipinto Ritratto di Sabartés e la monumentale opera
Las Meninas, alla quale di nascosto dedico più di una fotografia ma che comprenderò appieno solo al termine del giro quando vedrò il filmato che invece andava visto prima.

Si è fatta sera, la fame avanza così come la curiosità per le tanto famose tapas, il cameriere si spaventa di fronte al nostro numero, no tengo da seder par todos vosotros, borbotta qualcosa e ci chiede di seguirlo noncurante del fatto che solo in pochi abbiano capito, sparisce veloce tra i vicoli con qualcuno che lo insegue e qualcun altro che cerca di ricompattare il gruppo, arriviamo nel locale (certamente di suo zio) ancora completamente deserto, mi chiedo perché l’altro locale invece fosse già al completo, e ci sediamo nell’equivalente spagnolo della Locanda San Marco a Venezia, tapas por todos, contenti noi ma soprattutto contento il cameriere che già pregusta il conto salato, infatti le tapas sono una moltitudine di antipasti gustosi ma cari che hanno l’effetto che sui nostri nonni avevano le ciliegie, uno tira l’altro, la pancia, comunque, alla fine sarà piena, con soddisfazione di tutti.
A metà serata Toni annuncia felice che quel giorno è il compleanno di Vittoria, ordina una bottiglia di buon vino che il cameriere stappa prontamente ma che poi abbandona nel cesto pieno di ghiaccio senza provvedere a versarla, faso mi, dice Toni, tanto veneto e spagnolo sono quasi la stesa cosa, quindi brindisi e dolcetto offerto dalla premiata ditta Bonotto e signora.
La prima giornata è volata, a passo lento ci avviamo verso la metropolitana che ci riaccompagnerà in albergo per un meritato riposo.
Venerdi 30 aprile
Oggi è il giorno del “Santo Patrono” della città, colui che ogni anno risana pur da morto il bilancio comunale, si chiama
Gaudì. Spiego a mia figlia che non è lo stilista che ha firmato la custodia della sua macchina fotografica, e ci incamminiamo verso la
Sagrada Familia, maestosità e leggerezza, genialità ed incompiutezza, gru e lavori in corso, dicono la finiranno tra una decina d’anni, un’ora buona di coda per salire sull’ascensore che porta in cima ad una delle torri, dieci euro e dieci minuti di panorama mozzafiato.

Il gruppo si divide, Gianfranco resta con i Danieles ma ci ritroveremo tutti in coda per entrare in Casa Milà, la prima delle case progettate dal genio che vedeva il mondo attraverso una bottiglia di vetro e forse qualche bicchiere di vino, scatto fotografie da tutte le angolazioni, e poi ancora sul tetto,
la Pedrera, poi nelle stanze all’interno, e ancora un’ultima quando ormai stiamo procedendo in gruppo compatto verso Casa Battlò, ancora foto, alla fine però forse un po’ tutte uguali.
Dicono che Gaudì non possa essere compreso fino in fondo se non si visita Parc Guell, dove si trova anche la sua casa museo. Il problema non è tanto il parco, ma il Golgota che dobbiamo scalare per arrivarci, un paio di volte per prendere fiato e darmi un contegno ho fatto finta di ricevere una telefonata e soffiarmi il naso, per fortuna c’è anche qualche scala mobile, ma da lassù il paesaggio è notevole, si domina tutta la città, molto suggestivo, la casa museo, invece, forse delude un po’, ma credo sarà anche colpa della stanchezza.
Ormai anche il pomeriggio sta terminando, noi abbiamo in pancia solo un pur ottimo Frappuccino di Starbucks, e quindi votiamo per rientrare in albergo a rinfrescarci, in realtà dopo la doccia ci buttiamo a peso morto sul letto e solo una provvidenziale sveglia impostata meccanicamente ci impedisce di risvegliarci direttamente il giorno successivo.
Ormai si è fatta sera, l’atmosfera è quella giusta, la meta sono le mitiche Ramblas cantate anche da uno dei miei miti giovanili, Francesco Guccini, nella sua famosa “100, Pennsylvania ave”, occhio ai borseggiatori, mi raccomando, il passeggio è affollato, ci sono alcuni mariuolos, quelli delle “tre carte”, credevo si trovassero ormai solo nei nostri Autogrill, e una moltitudine di uomini-statua, bambini, guardate che questi vogliono qualcosa per farsi fotografare, comunque è tutto molto pittoresco, la passeggiata piacevole, l’aria fresca con un vago sapore di mare.
Ci incamminiamo verso il ristorante la Fonda, forse uno dei rari casi in cui le guide turistiche non abbiano mentito sulla qualità del cibo ed il rapporto con il suo prezzo, paella de pescado o mista per tutti, annaffiata da birra, vino e sangria. Dulcis in fundo, è proprio il caso di dirlo, una bomba atomica chiamata crema catalana, nel listino prezzi non ne riportano il prezzo ma le calorie, ne avanzerò metà in rispetto al mio colesterolo. La serata si conclude con una passeggiata nella Plaza Real, ragazzi, attenti, anche questi lampioni sono stati disegnati da Gaudì, che barba, avevo già riposto la macchina fotografica, ancora foto.
Sabato 1 maggio
Stanco sono, direbbe il commissario Montalbano. Oggi per fortuna la meta è solo il porto, la statua di Cristoforo Colombo che indica con braccio rigido e sguardo sicuro le Baleari e non l’America, giusto, d’altronde non era lì che voleva andare, comunque foto per sicurezza,
poi breve sosta al nuovo centro commerciale, per ritrovarci tutti dopo pranzo sul lungomare, dove apprezziamo la buona musica di un complessino che canta in ottimo inglese e ci godiamo una temperatura gradevole.
La passeggiata dura più di un’ora, respiriamo iodio e ammiriamo il

coraggio dei primi bagnanti che si avventurano tra le onde. Era previsto un giro sulla funicolare che porta a
Montjuic, ma per un motivo che non ricordo non si farà, pazienza, ce ne faremo tutti presto una ragione.
La giornata si trascina lenta, tiriamo il fiato dopo due giorni impegnativi, rientriamo in albergo memori della salutare pennichella del giorno prima, al Palazzo Reale arriveremo comunque più tardi in serata, prima di andare a cena, questa volta diretti al locale 4Gats, famoso perché un giovane Picasso al quale non bastava più la paghetta, arrotondava il bilancio disegnandone i menù.
Molto caratteristico e affollato, abbiamo mangiato bene, un paio di foto ricordo, fuori piove, a passo svelto verso la metro dove ci attenderà La Sfigas, divinità spagnola tristemente nota ai turisti che si accalcano in metropolitana senza aver ben nascosto il portafoglio, e così anche Gianni e Dante si immoleranno sull’altare della dea, concludendo la loro serata al commissariato.

Domenica 2 maggio
La quattro giorni spagnola si sta concludendo, il gruppo rientra in Italia con due voli diversi ma custodendo nel cuore la stessa piacevole sensazione di aver trascorso una bella vacanza in compagnia di amici veri e ritrovati, in attesa di poter presto pianificare un’altra meta, un’altra occasione per stare insieme, con allegria e serenità.
Duilio.